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Suicidi e Covid, un legame trascurato. L’intervista al professor Piccinni: “C’è anche un’emergenza psichiatrica”

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Articolo pubblicato da ilparmense.net e firmato da Chiara Corradi

In questi lunghi mesi di pandemia abbiamo imparato a fare i conti con numeri e dati: spesso terribili. A conclusione di quest’anno, ancora una volta, ci troviamo a fare i conti con dati che tutto sono fuorchè confortanti. Dati a cui dovremmo prestare molta attenzione perchè dietro a quella che è l’emergenza sanitaria – che già porta con se bilanci dai toni drammatici – ci sono altre emergenze di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Abbiamo dunque deciso di dare spazio – in questa lunga ed interessante intervista – alla Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze che nel corso della prima ondata di Covid-19 ha aperto un “Osservatorio Suicidi Covid-19” raccogliendo dati sulle persone che si sono tolte la vita per causa diretta o indiretta della pandemia. Con loro abbiamo anche cercato di andare oltre ai numeri, capire quali ripercussioni ci sta lasciando questa pandemia e capire cosa dobbiamo (e possiamo) aspettarci dal futuro.

La prima ondata di Coronavirus ha portato con sé anche un numero consistente di suicidi e di tentati suicidi correlati alla pandemia stessa: ad oggi, quali sono i dati relativi alla prima ondata raccolti dalla vostra Fondazione e quando si può parlare di suicidio correlato al Covid?

La Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze sin dall’inizio della pandemia ha denunciato l’esistenza del rischio che, ad una prima emergenza di ordine sanitario, potesse seguirne una seconda di ordine psichiatrico, fino al rischio di un’ondata di suicidi. Per questa ragione, in accordo con il comitato scientifico, abbiamo deciso di aprire un “Osservatorio Suicidi Covid-19″. Ovviamente il lavoro svolto non è stato prettamente scientifico non avendo la Fondazione accesso ai referti sanitari che attestassero l’atto suicidario, ma “giornalistico”: ci siamo, infatti, basati su un’attenta ricerca delle notizie di cronaca, locali e nazionali. Il riscontro che abbiamo avuto è allarmante: in circa 3 mesi (marzo, aprile, maggio) abbiamo riscontrato 62 suicidi legati direttamente (paura del contagio) o indirettamente (cause economiche) al Covid. Questo progetto pilota è stato interrotto con la fine della prima ondata. Ci siamo, però, resi conto che le istituzioni non dispongono di dati aggiornati relativi ai suicidi: l’unico ente che se ne occupa è l’Istat che, nel suo ultimo Annuario Statistico, riporta i dati dei suicidi relativi al 2017. Abbiamo denunciato questo vulnus anche alle istituzioni. Non a caso il ministero della Salute ha avuto modo di apprezzare il lavoro svolto, e attualmente si sta ragionando sulla possibilità di creare un “osservatorio suicidi” istituzionale.

Fonte: Fondazione BRF

Nelle emergenze passate, tra cui anche quella epidemica della Sars, avete notato che l’incremento dei suicidi si è sviluppato anche nella fase post-traumatica: considerato che l’epidemia di Covid sta avendo un impatto sociale molto più pesante rispetto a quella di Sars, pensate possa esserci una ripercussione pesante – in termini di tentativi di suicidio/suicidi – nella fase successiva alla fine dell’epidemia? 

È difficile dirlo. Quello che possiamo constatare è che in tutte le epidemie che l’umanità ha vissuto ci si porta sempre dietro sempre uno strascico, più o meno forte a seconda delle singole individualità. È impossibile prevedere, dunque, se ci possa essere un incremento dei comportamenti suicidari nella coda di questa pandemia, nel progressivo ritorno alla normalità. Quello che possiamo dire è che i soggetti più fragili e quelli già colpiti da patologie potrebbero andare incontro al disturbo da stress post-traumatico che nella sua fase più acuta potrebbe portare anche al tentativo di suicidio. C’è, però, da dire che la differenza tra questa fase tardo-epidemica e gli altri periodi di pandemia che abbiamo vissuto anche in epoche passate, poggia su una peculiarità: il Coronavirus ha scatenato una gara tra industrie farmaceutiche di altissimo livello e di dimensioni mondiali per la produzione di un vaccino specifico. I mesi che abbiamo vissuto da febbraio 2020 ad oggi hanno creato un senso di angoscia e di impotenza (ricordiamo che le nostre misure di difesa non erano molto diverse da quella della peste del 600 come l’isolamento sociale); attualmente invece l’osservazione dei comportamenti sociali ci porta a pensare che esiste un sentimento di rivalsa e di contrasto al contagio legato alla possibilità di vaccinarsi. Questa opportunità che progressivamente tutti avremo ci mette nella condizione psicologica di combattere e sovrastare il virus che finora ci ha tenuto in scacco. In altri termini, in questa fase abbiamo dalla nostra parte il più potente mezzo di supporto che l’uomo disponga: la speranza.

Tra la prima e la seconda ondata si è accentuato anche il problema di natura economica, laddove molte imprese piccole e medie sono state costrette a grossi sacrifici, se non alla chiusura definitiva a causa dei prolungati stop al lavoro dettati dall’emergenza sanitaria in atto. E’ un fattore, quello economico, che incide in maniera pesante su chi decide di farla finita? Avete già raccolto dati relativi alla seconda ondata?

Non abbiamo dati al momento riguardanti la seconda ondata: dopo il progetto pilota la Fondazione BRF ha deciso di riprendere il rilevamento dei dati dal primo gennaio 2021, allargando lo screening a tutti i casi di suicidio. Di sicuro situazioni come la perdita del lavoro, la perdita della propria casa, l’impossibilità di avere un reddito sufficiente al sostentamento della propria famiglia, possono essere elementi che combinati con i dati biologici riguardanti gli individui (vulnerabilità e disturbi dell’umore) possono essere sufficienti ad innescare il comportamento suicidario. 

Nei giorni scorsi alcuni quotidiani nazionali, hanno segnalato un aumento di suicidi nella fascia degli adolescenti e dei giovani: categorie tra le più penalizzate, a livello psicologico. Registrate anche voi questa tendenza? A quali fattori può essere dovuta? Quali sono i consigli che si possono dare a famiglie e ragazzi per affrontare la ‘paura’ da Covid-19, evitando così gesti estremi? 

Il suicidio in età adolescenziale è purtroppo la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. L’adolescenza è un’età in cui il passaggio dall’infanzia all’età adulta genera timori, angosce, incertezze. Una condizione di instabilità e paura generalizzata che si sovrascrive ai sentimenti che l’adolescente già vive di per sé, incrementa il rischio di autosoppressione. Credo che in questa fase una buona strategia per allentare la tensione sia proprio quella di instillare sicurezze e speranze nella vaccinazione e nell’evoluzione verso la risoluzione della pandemia. Agli occhi degli adolescenti, adulti sicuri della “vittoria” consentiranno che ci si possa sentire più protetti e difesi.

suicidi

Le persone in isolamento, quelle in quarantena, gli anziani soli, sono categorie fragili sia dal punto di vista sanitario sia dal punto di vista emotivo. Cosa si può fare per tutelarle, soprattutto in un momento “festivo” che molte persone stanno vivendo in solitudine? 

Le festività natalizie, comunque vada, saranno in ogni caso un’isola di serenità e di gioia, uno stacco anche provvisorio dal panorama sconsolante che in questo periodo ci circonda. Anche per questa ragione è il momento di rivalutare la valenza spirituale della festa a discapito di quella consumistica. Bisogna cogliere l’occasione per fare qualche piccola buona azione, pensando alle persone meno fortunate di noi e al modo in cui potremmo donare un sorriso a qualcuno. Fare del bene ci farà del bene. L’affetto ed il legame, soprattutto nei confronti di chi è “costretto” a vivere queste feste in isolamento, si trasmettono anche con piccole azioni che testimonino l’amore verso la persona fisicamente distante. L’amore, dopotutto, è un sentimento di per sé “strano” che non è mai sopito, non conosce stasi, ha bisogno di essere alimentato continuamente da segnali, messaggi, frasi. Far arrivare ai nostri cari un pacchettino, un messaggio, una lettera scritta a mano, un piccolo dono, anche piccole cose di scarso valore venale ma di grande valore affettivo e donati con garbo e grazia, serviranno a far capire che quella persona ci manca, che il nostro pensiero è rivolto a lei.

Quando usciremo dall’emergenza sanitaria, quanto e cosa di quest’epidemia la nostra mente si porterà appresso negli anni a venire? In che modo l’attuale situazione potrà influenzare il nostro futuro? 

È difficile decifrare durante un evento che ti travolge e mette a rischio la tua vita gli elementi più critici che lo compongono. Noi abbiamo attraversato la tempesta della pandemia e solo dopo lo scampato pericolo riusciremo a comprendere cosa ci è in realtà successo. Quello che abbiamo vissuto somiglia tanto ad un vero e proprio conflitto con coprifuochi, riparo dalla vista del “nemico”, consigli di guerra, approntamento di eserciti e di armi (sanitarie). Come chiunque abbia vissuto la guerra noi avremo per sempre nella nostra memoria questo periodo. Alcune delle nostre abitudini sono già cambiate e molte di queste resteranno come la nostra “nuova normalità”. Mi viene in mente la sorte dei deportati e dei prigionieri che, al termine del secondo conflitto mondiale, ebbero le sorti più diverse. Alcuni continuarono nel terrore e nel ricordo di aver rischiato di soccombere per la miseria, la fame, i colpi d’arma da fuoco; altri sono riusciti a gettarsi alle spalle i ricordi dei rischi subiti; altri, invece, con il vigore della riscossa si sono lanciati nella ripresa economica, nel desiderio di rivincita e di ritorno all’antico benessere. Verosimilmente anche questa volta, come forse le infinite volte in cui l’uomo ha superato carestie, pandemie e guerre, ognuno avrà il suo destino secondo quanto la sua forza interiore gli detterà

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