News

L’altro effetto del lockdown: “Tanti no al rientro al lavoro”. L’intervista del prof. Piccinni sul “Corriere Fiorentino”

corriere fiorentino

Articolo tratto da Il Corriere Fiorentino – di Giulio Gori

Dopo il lockdown, molte persone spaventate dal coronavirus hanno paura di tornare sul posto di lavoro. È una delle tante conseguenze provocate da tre mesi di emergenza sanitaria, che ora mostra anche i suoi risvolti sul piano psicologico e sociale. A spiegarlo è il professor Armando Piccinni, psichiatra e presidente della Fondazione Brf (Brain Research Foundation), che per 24 anni è stato responsabile del day hospital
della clinica psichiatrica di Pisa.

Professor Piccinni, il lockdown è finito, le limitazioni rimaste sono poche: è un momento di liberazione,
ma lo è per tutti?

«Tutti noi abbiamo fatto un grande sforzo per adattarci al lockdown. Ma non sono poche le persone che si sono trovate molto a proprio agio durante la quarantena e che, quindi, ora devono fare lo sforzo contrario per tornare a una vita normale. Ma hanno difficoltà a riadattarsi al vecchio stile di vita. Questo riguarda principalmente le persone che lavorano in un ambiente difficile e che hanno trovato confortante allontanarsene, dedicandosi al telelavoro».

corriere fiorentino

Ma si può davvero parlare di una patologia?
«In genere si tratta di psicopatologie sotto soglia che portano a un po’ di ansia causata dal rientro in ufficio: chi ha paura del contagio, tende a rifuggire i contatti sociali, anche a non uscire di casa e a isolarsi, e se è costretto a uscire di casa indossa la mascherina anche se è da solo in mezzo a una strada vuota. Ma sono condizioni che non alterano in modo determinante il quadro mentale del soggetto. Al contrario, in casi meno frequenti ma tutt’altro che rari, si sviluppano psicopatologie ansiose molto serie, che portano la persona a non voler tornareatutti i costi sul vecchio posto di lavoro, tale è il loro terrore».

A fronte di persone molto spaventate, ce ne sono altre che invece ignorano ogni regola.
«Sì, quando vediamo i ragazzi all’aperitivo, tutti vicini e senza mascherina, molti lo fanno per un processo emulativo, per non essere la pecora nera che indossa la mascherina mentre tutti gli altri non lo fanno. Ma c’è anche chi trascina il branco, persone che non rispettano le regole perché vogliono imporre la propria
prospettiva e personalità a dispetto degli altri. È un comportamento sbagliato che in casi estremi può avere tratti patologici».

Poi c’è il capitolo di quanto successo nei mesi scorsi: ha lasciato strascichi?
«Purtroppo sì, e di due tipi diversi. Il primo caso riguarda lo stress da disturbo post traumatico che può riguardare di chi ha vissuto in prima persona il Covid o di chi ha vissuto un lutto in famiglia. In questo caso bisogna trattare lo stress, con terapia psicologica e se serve anche farmacologica, in modo precoce. Altrimenti c’è il rischio che il problema si cronicizzi e che crei costanti disturbi di ansia
e di umore».

E il secondo tipo di problema?
«Sono persone toccate sul piano lavorativo economico, che sono state licenziate, che non hanno più un reddito. C’è chi è capace di elaborare le asperità della vita e rimboccarsi le maniche e chi invece ha maggiore fragilità. Questi secondi, senza aiuto, rischiano di sviluppare depressione o al contrario rabbia. E negli ultimi due mesi abbiamo registrato 40 casi di suicidio, in tutta Italia, connessi con questi problemi derivati dall’emergenza Covid».

Cosa si può fare in questo caso?
«Sono tra i promotori di un progetto di legge, che viene portato avanti dalla deputata Stefania Mammì, sostenuto sia da parlamentari Cinque Stelle che Pd, per creare un organismo che metta in rete psicologi, professionisti della salute mentale, servizi sociali, associazioni di volontariato, sacerdoti, medici di famiglia, per individuare i casi a rischio e prendersene cura, prima che compiano un gesto tragico».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *